Scevà e asterischi non sono la soluzione per l’inclusività

Partiamo da un presupposto: la lingua italiana per struttura non è neutra quando si parla di genere, e nemmeno inclusiva al 100%.
Bisogna farsene una ragione, puntare alla sostanza anziché la forma e non utilizzare storpiature che fanno sanguinare gli occhi come asterischi, “x”, o altre cose prese in prestito – o meglio appiccicate – da altre lingue. Che poi il 99% delle persone che le utilizza non le pronuncia a voce per incoerenza o perché non è possibile.
Ulteriore fattore tra i tanti, a titolo di esempio: chi propone lo scevà come “tecnica inclusiva”, in realtà esclude diversi individui dal comprendere la frase e la parola che la contiene. Questo perché non è comunemente usato in italiano, molti sistemi di caratteri non lo supportano e nemmeno la dizione e l’alfabeto italiano lo prevede. Quello che succede è quindi che lo scevà include meglio alcune persone e finisce per escluderne altre (persone con disabilità che usano uno screen reader, pubblico anziano che non capisce cosa sia, etc). In sostanza è una soluzione sbagliata per una lingua che per costruzione ha questa problematica.

Detto questo, la grammatica italiana è estremamente variegata e permette diversi gradi di creatività e sensibilità, senza dover utilizzare, appunto, storpiature che fanno sanguinare gli occhi.

Qualche linea guida?

1) “I diritti umani (o della persona)” anziché “I diritti dell’uomo”
2) “Caccia all’individuo (o alla persona)” anziché “Caccia all’uomo”
3) “Sorelle e fratelli” o “fratelli e sorelle” (alternandoli in generale oppure in base alla predominanza numerica di un sesso) invece di “I fratelli”
4) Evitare di accordare il participio passato al maschile, quando i nomi sono in prevalenza femminili. Si suggerisce in tal caso di accordare con il genere largamente maggioritario oppure con il genere dell’ultimo sostantivo della serie:
“Carla, Maria, Francesca, Giacomo, San­dra sono arrivate stamattina”
e ancora “Ragazzi e ragazze furono viste entrare nel locale”
oppure “Ragazze e ragazzi furono visti entrare nel locale”
5) Evitare di citare le donne come categoria a parte:
“Napoli operaia, ma anche studentesca, disoccupata, pensionata”
oppure “Napoli operaia, uomini e donne disoccu­pate, pensionate, studenti”
invece di “Napoli operaia, ma anche studenti, donne, disoccupati, pensionati”
6) Evitare la segnalazione dissimmetrica di donne e uomini nel campo politico, sociale e culturale:
“Tatcher – Brandt”
oppure “La Tatcher – Il Brandt”
invece di “La Tatcher – Brandt”
7) Evitare il titolo di «signora» quando può essere sostituito dal titolo professiona­le
8 ) Evitare di usare il maschile di nomi di mestieri, professioni, cariche, per segnalare posizioni di prestigio quando il femminile esiste ed è regolarmente usato solo per lavori gerarchicamente inferiori e tradizionalmente collegati al «ruolo» femminile:
“Maria Rossi, amministratrice unica (de­legata)”
invece di “Maria Rossi, amministratore delegato”
“La comandante” anziché “Il comandante”.

C’è da aggiungere che queste linee guida sono solo generali, quando non si può sapere a priori o chiedere alla persona interessata come vuole essere identificata.

Insomma, avete capito l’antifona: gli esempi ovviamente non me li sono inventati io, ma li ho presi da una pubblicazione del 1987 (! a questo indirizzo il link), sulla quale sono per larghi tratti d’accordo, riguardo il sessismo nella lingua italiana.

Bisogna allenare la mente ad essere più duttili e “giusti” in una lingua che ci ha abituato ad usare i sostantivi maschili o categorizzare anche quando non richiesto. Lo si può fare senza dover utilizzare forzature francamente eccessive ed “emozionali”. Le quali, tra le altre cose, rischiano di spostare l’attenzione verso il lato opposto, senza davvero risolvere un problema strutturale che, ebbene sì, è anche estetico e di utilizzo: non potrà mai essere risolto del tutto. Anche io ci ho messo un po’ a cambiare lo stile di scrittura verso questo obiettivo, perché all’inizio ci facevo meno attenzione o avevo imparato così.
Dulcis in fundo, dal mio punto di vista rimane fondamentale l’atteggiamento, il rispetto verso il prossimo e l’inclusività come comportamento normale nel quotidiano: meno dimostrazioni “mediatiche” che possono sfociare nella paraculaggine, più fatti.