Cinque anni su Twitter, ecco cosa ho imparato

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Lo scorso febbraio ho “festeggiato” i cinque anni di presenza su Twitter, un’enormità dal punto di vista tecnologico vissuta assieme a tanti cambiamenti avvenuti nel frattempo su questo Social Network.

Durante i primi mesi scrivevo unicamente in inglese, data la scarsa presenza di italiani, e in terza persona, seguendo la tendenza di allora che voleva questo stile di scrittura.
Non solo, raccontavo nei minimi dettagli quello che facevo, fino a realizzare rapidamente che scrivere cose del tipo “si mette il cappotto e va all’aperitivo” erano ridicole sia dal punto di vista estetico che contenutistico.

Con l’arrivo di una manciata di follower italiani grazie al blog e Multiplayer.it ho cominciato a postare principalmente in italiano, ma solo negli ultimi due anni il mio utilizzo di Twitter è diventato più intensivo e bene o male nella forma attuale, focalizzato anche su videogiochi e tecnologia (nel primo caso è ancora decisamente poco diffuso in Italia) e utilizzando tutti gli strumenti disponibili quali preferiti, retweet e liste per seguire alcuni account a mo’ di feed RSS.

Oggi è di gran lunga il mio social network preferito, perché si sposa perfettamente col tempo utile che ho a disposizione e permette poche tipologie di utilizzo in aggiunta a frasi brevi e concise.
Posso decidere facilmente chi leggere o meno, ma non per questo evitare di interagire e rispondere a tutti grazie al semplice sistema di menzioni.

Dato questo per assunto, c’è da dire che in questi cinque anni e passa ne ho viste di tutti i colori, con utilizzi del mezzo spesso impropri racchiusi soprattutto in due grandi macrocategorie.

Da un lato i personaggi famosi, che poveracci spesso appartengono ad un era tecnologia preistorica e hanno messo in mostra un utilizzo inquietante della lingua italiana, magari aggravato dallo sfruttamento della propria notorietà senza interagire con nessuno; dall’altro il formarsi delle cosiddette “Twitstar”, persone che hanno riconosciuto in Twitter l’unica possibilità di mettersi in mostra perché altrove non ci sarebbero riuscite nemmeno pagando moneta sonante.

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Il perché me ne sono tenuto alla larga è presto detto, il menu comprende chi da luogo a monologhi senza rispondere o retwittare nessuno, chi segue migliaia di persone ma ovviamente non le legge perché impossibile – ma almeno gli ricambiano il follow -, chi fa decine di Follow Friday senza spiegare il perché o ancora peggio fa follow back che non significa nulla.
E ancora, quelli che ti seguono solo se hai x-mila follower, oppure che, una volta che li aggiungi, ti riempiono di spam via messaggio privato invitandoti a seguire anche l’account personale, la pagina di Facebook o il mitico blog dove scrivono cose di interesse pari allo zero.
Cosa vogliamo dire infine di chi compra follower come se fossimo al mercatino? Che poi è facilissimo sgamarli se passano da 4000 a 16000 in un paio di giorni, oppure hanno tutti account stranieri con pochi tweet automatici…l’invidia del pene sortisce sempre gli stessi effetti dovunque si vada.

Non farò nomi perché non mi interessano attacchi diretti e non ne guadagnerei proprio nulla ma insomma, anche su Twitter bisogna districarsi nella giungla di persone utili, nel senso che ti arricchiscono, e inutili, ricordandosi sempre lo scopo di questo social network al di là del suo indubbio valore di dare voce al popolo e diffondere notizie spesso prima di altri mezzi di comunicazione.

Concludo con un post dell’amico virtuale (solo momentaneamente, spero), Umberto Romano, che sintetizza alla maniera di Twitter tutto il “papiello” che ho scritto:

I commenti classici sono superati, se vuoi continuare la discussione scrivimi su Twitter.