Ho fatto passare volutamente un po’ di tempo prima di parlarne, era importante metabolizzare, fare considerazioni interiori e anche capire esattamente se oltre a qualche rimpianto ci fosse stato anche un rimorso per quanto accaduto. Adesso ne posso parlare in maniera relativamente tranquilla, anche se scrivere queste parole e ricordare allo stesso tempo fa un male incredibile, dal quale è impossibile sfuggire.

Sono stati 18 mesi fantastici, pensate a due culture profondamente differenti che si confrontano e talvolta perfino amalgamano, quella Italiana (e ancora più estrema Napoletana) e quella Giapponese, la culla della flessibilità e dell’arte di arrangiarsi contrapposta a quella dell’efficienza e onestà intellettuale, talvolta eccessiva e quasi costruita. Un mix esplosivo in un senso e nell’altro, che dava luogo a discussioni surreali, ma anche a cose indimenticabili, che ti si marchiano a fuoco sulla pelle.
D’altronde aver convissuto diversi mesi in Italia ed essere andato in Giappone quattro volte in 1 anno mi ha permesso di vivere situazioni straordinarie, entrare nella cultura di un popolo comunque eccezionale, carpirne le sfumature ed i disagi, vivere da Giapponese e far vivere da Italiana, cantare assieme ai Giapponesi o’ Sole Mio in un posto sperduto del Sol Levante o integrarmi perfettamente in una sessione del famoso karaoke fino al mattino, vedere una Giapponese vivere la vita Italiana mantenendo la sua integrità e capacità di pensare alla sua maniera, ma senza sentirsi a disagio.
Si è giunti quindi a parlare seriamente a qualcosa di più, perché se un mix così eterogeneo stava funzionando, significava che era qualcosa di speciale e irrinunciabile.

Ma cosa accade quando entrambi abbiamo un lavoro che reputiamo straordinario, e siamo attaccati e orgogliosi così pesantemente alla nostra cultura?
Che devi passare metà del tempo a capire, discutere, esprimere il proprio punto di vista e talvolta litigare per cercare di trovare una soluzione che poi non faccia pentire di averla presa, perché qui si gioca con i sentimenti, e con la propria felicità.
E se alla fine lei decide di mollare tutto per venire a stare con te, io non posso accettarlo a cuore leggero, ma far notare, pur essendo felice ed eccitato, tutta una serie di situazioni: la lingua, per essere imparata da una Giapponese necessita anni e anni e tante risorse economiche, perché la nostra grammatica, che ci crediate o meno, è decisamente più complessa e soprattutto varia da assimilare, perché una città come Terni, per quanto sia carina e vivibile, offre un millesimo di quello che offre Tokyo, perché il suo papà è appena venuto a mancare e non puoi lasciare più così istintivamente la famiglia che ha bisogno di te.
E così si è deciso di chiudere assieme prima che diventasse un ulteriore bagno di sangue fatto di attese, soluzioni difficili da trovare e problemi economici e logistici sempre più grandi, per telefono e su Skype in un bagno di lacrime, perfettamente a simboleggiare un rapporto, ostacolato da tante difficoltà esterne amplificate ogni giorno.
Si fa presto a bollare il tutto come un amore non così forte e profondo da affrontare tutto, ma talvolta bisogna prendersi anche delle responsabilità che fanno male, ammettere i propri errori e arrendersi a certe dinamiche e situazioni che la vita ci mette davanti, nella sua straordinaria capacità di regalare gioie, di farti sentire vivo ma anche di farti male dentro, darti una botta di realtà quando meno te l’aspetti.

Non è una sconfitta, io la chiamo esperienza, ed è importante farne sempre tanta per guardare avanti e al contempo avere dentro un fuoco di ricordi che saranno sempre indelebili e straordinari, anche se qualche volta ti gira decisamente il cazzo quando diventano a forza come tali.