Mettiamo subito le cose in chiaro per chi magari leggerà questo post conoscendomi la prima volta: sono napoletano, innamorato della mia città in maniera viscerale, e tifoso del Napoli; quello che segue è il mio pensiero, non necessariamente condivisibile né aderente a definizioni e linee di pensiero attualmente regolamentate dalla giustizia sportiva o da quella ordinaria.
Tra omofobia, discriminazione razziale e territoriale, insulti più o meno gravi, sono stati sette giorni durante i quali l’italiano si è finalmente potuto sfogare dicendo la propria, a tutti i livelli della scala sociale.
Spazio quindi anche a estremisti, moralisti, ben pensanti, vittimisti e faziosi, in un contesto in cui quanto accaduto è per me piuttosto lineare.
Quanto detto da Sarri a Mancini è un insulto inopportuno e inelegante; quanto detto da De Rossi a Mandžukić è un insulto pesante e inopportuno…“Vesuvio lavali col fuoco” è un insulto pesante, perché augura la morte, “napoletani colerosi” è un insulto dispregiativo, perché ricorda un periodo storico nel quale Napoli ha sofferto non poco.

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Si, lo so, la definizione di discriminazione è precisa e coinvolge razza, religione, sesso, appartenenza geografica; ma è anche argomento col quale i moralisti e i benpensanti ci vanno a nozze, dando luogo a discussioni infinite senza capo né coda.
Forse per questo l’insulto a mio modo di vedere diventa discriminatorio quando contestualizzato da un atteggiamento – fisico o sempre verbale – che lo certifica, altrimenti rimane insulto e basta, di entità più o meno grave, che segue il suo decorso di condanna.
Quando si parla di omofobia, poi, preferisco ascoltare cosa ne pensa chi è omosessuale, invece dei commenti di chi si erige a giudice senza esserlo. Lo ascolto con estrema attenzione accettando con rispetto come NON vuole essere trattato, ovviamente eliminando eccessi da ambo i lati e dando per assodato quali sono i comportamenti palesemente offensivi.
Tornando agli insulti, è altresì deprimente giustificare la situazione presente nel calcio con frasi del tipo “eh, succedono da sempre” oppure “se dovessero squalificare tutti quelli che insultano sul campo, allora mezza Serie A sarebbe a spasso e le curve sempre chiuse”: stiamo parlando di uno sport che ha risonanza pubblica, seguito da milioni di persone spesso di età adolescenziale; le persone che lo praticano, ma anche i tifosi, sono sulla bocca di tutti, e sono le prime che dovrebbero dare il buon esempio, perché una parola o un atteggiamento possono influenzare migliaia di persone…non tutte con lo stesso grado di autostima, non tutte con un pensiero fatto e finito. Gli insulti vanno condannati e fatti scomparire con provvedimenti chiari, uniformi e soprattutto costanti, una morsa che poco a poco può allentare il loro utilizzo, sugli spalti e sul campo, per mantenere quell’agonismo, tensione e competizione che rendono questo sport ancora più bello.

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Una precisazione, infine, per parte dei miei conterranei, ma che può essere applicata a situazioni analoghe da chiunque: no, non abbiamo bisogno di essere tutelati se ci danno del napoletano di merda, quello è un “semplice” insulto che segue la sua trafila di stigmatizzazione o di punizione qualora prevista dalla legge.
No, non dobbiamo sentirci perseguitati e fare esempi uguali per mettere in evidenza gli insulti ricevuti; no, non dobbiamo lamentarci per la disparità di trattamento, ove certificata. Piuttosto agire, denunciare, reagire con ironia nella maggior parte dei casi, quelli che coinvolgono persone casuali di intelligenza piuttosto bassa. Nel resto dei casi, argomentare, denunciare e confutare senza fare esempi di egual bassa caratura.
Se ci danno del napoletano senza appellativo, con un tono teso a sottintendere significato negativo, la cosa diventa ancora più divertente e aggirabile con la dialettica; per me, tra l’altro, essere definito tale esprime solo un concentrato di pregio.

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