La trasferta giapponese si è conclusa con successo, accompagnata da qualche giorno di vacanza dopo la copertura del Tokyo Game Show: un paese al contempo straordinario e alienante nella sua moltitudine di persone, che dopo dodici anni ancora mi lascia la morte nel cuore nel momento in cui torno a casa.
Quei Combini/Supermercati aperti ventiquattro ore su ventiquattro che ti fanno venire voglia di scendere per strada anche alle tre del mattino o dopo una serata particolarmente allegra; quei negozi e ristoranti da scoprire, inquietanti o meno, dietro ogni angolo o magari ad un piano non meglio specificato appena si apre l’ascensore; quella precisione incredibile dei treni che ti permette di pianificare in anticipo e giungere a destinazione in perfetto orario, né un minuto prima, né uno dopo.
Quei quartieri enormi di Tokyo così differenti anche al loro interno: Shinjuku Itchome e la sua piacevole zona residenziale, Shinjuku Nichome e la sua filosofia LGBT divertente e colorata, Shinjuku Sanchome tra vinerie interessanti, ristorantini e strade piene di gente, Shinjuku Kabukicho col quartiere a luci rosse sicuro e da visitare.
E Shibuya Crossing, la baia di Odaiba che quest’anno ospitava il mega concerto Ultra Japan, i colori di Harajuku, i mega negozi su più piani di Ikebukuro, Ueno e Omotesando, il numero infinito di posti da visitare fuori dalla capitale, da Kyoto a Nikko passando per Yokohama, Kamakura, l’isola di Enoshima e mille altri.
Il cibo a qualsiasi ora della giornata, il mercato del pesce, i fagioli nei dolci che ti fregano sembrando cioccolato; Yakitori, Takoyaki, Okonomiyaki, Sushi, Tonkatsu, Carne Kobe, la ricerca della pizza napoletana, le centinaia di ristoranti invece di bassa lega. Gli amici che vivono sul posto, le esperienze sempre nuove…non basterebbe una vita per sperimentare le sfaccettature del Giappone, per criticare il suo disagio culturale che in quanto tale riesce ad essere allo stesso tempo ammaliante.

Prafrasando Inside Out, che ho appena visto, non esiste gioia senza tristezza, quella che si manifesta in quantità enorme ogni qual volta prendo l’aereo che parte da Narita.

Se Facebook ti provoca l’orticaria, scrivimi su Twitter: @Tanzen.

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