Lunedì 9 ottobre si è svolto l’evento conclusivo del Campionato della Pizza di Dissapore, che ha sancito “I Masanielli” di Francesco Martucci la migliore pizzeria d’Italia grazie ad un giudizio condiviso assieme a me da Rosanna Marziale, Anna Paola Meroni e Massimo Bernardi.
Onore anche a Pizzeria P di Lissone e Daniele Ferrara, riguardo i quali mi prendo parte dei meriti per averli fatti conoscere su larga scala al di fuori dei confini lombardi.

La sera non sono riuscito ad addormentarmi prima delle quattro del mattino, tanta era l’adrenalina ancora in corpo.

Sono 18 anni che scrivo su testate giornalistiche e non, da molti meno mi sono avvicinato al mondo del cibo con spirito critico e curiosità. Al di là della mancanza di esperienza, che sto cercando di colmare sul campo, da subito sono riuscito ad approcciare questo settore con piglio da osservatore esterno, sfruttando le conoscenze mediatiche, social ed editoriali maturate altrove.

Scoprendo dinamiche non molto dissimili da quelle a cui ero abituato per quanto riguarda la parte giornalistica; una sorta di sub-strato da soap opera, invece, tra gli addetti ai lavori che producono pizza.
Questa cosa mi ha fatto sorridere proprio perché ho metabolizzato il tutto senza esserne travolto, cercando di tenere al di fuori discorsi “politici”, favoritismi o pensieri orientati: non è successo in ambito videoludico – all’interno del quale il valore del bene è superiore e l’Italia rappresenta un numero nel mercato mondiale – figurarsi se può succedere in quello pizza-centrico!

D’altronde al consumatore interessa la qualità del prodotto finale, le lotte di quartiere sono argomento per qualche scorribanda online e poco più, sicuramente coinvolgono marginalmente chi ne parla per lavoro e davvero apprezza il valore delle materie prime.

In questo post, ad ogni modo, mi premeva sottolineare anche un altro aspetto: in poco più di due mesi ho girato 30 pizzerie, apprezzando un aspetto ulteriore rispetto all’aver mangiato una pletora di pizze eccezionali.
Ho vissuto, infatti, 30 storie completamente differenti; apprendendo una quantità incredibile di nozioni riguardo le fasi di lavorazione del disco di pasta fino all’arrivo sul piatto e alla gestione economica di una pizzeria.

Tante realtà che a loro modo meritano di essere approfondite e mandate in pasto al consumatore, il quale vuole sì sapere soprattutto dove mangiare una buona pizza, ma anche essere informato con qualche sfaccettatura su cosa andrà mangiando.

E allora diviene fondamentale raccontare Enzo Coccia e la sua conoscenza infinita sull’argomento, Gino Sorbillo che senza tradire la sua sede storica è diventato l’imprenditore per eccellenza non avvalendosi nemmeno di un ufficio stampa, Salvatore Lioniello che grazie ai Social è riuscito a sfuggire dall’anonimato di Orta di Atella riempendo costantemente la sua pizzeria, Francesco “Ciccio” Vitiello con la sua attitudine nerd sugli impasti che mi ha ricordato quella personale su tanti argomenti.

E poi il guru Franco Pepe, Diego Vitagliano, i fratelli Salvo, Ciro Oliva e tanti altri, solo pochi esempi di un quadro più generale.

Anche per questo discorsi che caldeggiano l’anonimato per chi scrive di pizza stanno a zero: non si può essere anonimi in pizzeria se si vuole raccontarla a 360 gradi e consigliare per davvero le persone.
Certo, il rischio è quello di saggiare un prodotto al massimo delle sue potenzialità, e non quello tipico che viene servito agli avventori. Ma lo si può correre tranquillamente sull’altare dei benefici di cui sopra e nel momento in cui si è convinti della propria professionalità.

Molto più interessante catturare le sfumature ed ingegnarsi per trattare l’argomento dal numero maggiore di angolazioni possibile, tanto alla fine è la gente “comune” che emette il verdetto, riempendo o meno un locale.

Dopo questo Campionato credo di saperne molto di più sull’argomento ma anche sulle dinamiche che lo governano. Siamo solo agli inizi, ci sono un bel po’ di idee che bollono in pentola!